Il ponte restaurato……..Il ponte dimenticato

Il ponte romano restaurato, siamo nell’aprile del 2015.Le ultime tre foto sono di settembre 2015 e già la vegetazione naturale impedisce di vedere il ponte.Restaurato e abbandonato ,come tanti altri beni culturali a Partinico.Le luci a terra sul ponte non funzionano. Si doveva allargare la strada di accesso e costruire una piazzuola per un piccolo parcheggio e permettere alle macchine di girare e tornare indietro.Ma non è stato fatto niente. Questi signori commissari oltre che gestire il comune amministrativamente, dovrebbero avere più attenzione per i beni culturali che se valorizzati potrebbero incrementare un pò di turismo a Partinico.E invece continuiamo ad assistere alla chiusura della Real Cantina Borbonica, al decadimento di Palazzo Ram, al degrado della fontana di Valguarnera.Quei pochi interventi che si sono avuti ultimamente sono dovuti all’Arciprete Mons. Salvia, al Lions Club di Partinico, al Teatro Gianì e a qualche altro ente..Stiamo precipitando nell’indifferenza più completa. Non si progredisce solo postando foto nei vari gruppi, ci vuole una mobilitazione di tutti i cittadini. Mi rivolgo a voi più giovani se volete che il paese di Partinico in futuro sia più vivibile.

Il ponte restaurato con la nuova arcata portata alla luce
Il simbolo dell’albero della vita da me individuato sul fianco del ponte
A distanza di cinque mesi la vegetazione spontanea è tornata ad impedire la visione del ponte.

A distanza di 5 anni,il ponte non è più visibile.

Il lastricato del ponte che ha permesso di datarlo in epoca romana, II secolo d.C, e non nel periodo aragonese come si è sempre creduto.
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I mulini ad acqua in Sicilia anticipano la rivoluzione industriale

Alla ricerca del passato                                                                                                                           I MULINI AD ACQUA IN SICILIA ANTICIPANO LA  RIVOLUZIONE INDUTRIALE                          In Sicilia il territorio della provincia di Palermo, dove sono presenti numerosi sistemi di mulini ad acqua a ruota orizzontale, distribuiti lungo gli alvei dei corsi d’acqua, che di solito hanno un carattere torrentizio, è stato scelto in passato per un’indagine scientifica sotto il profilo storico, tecnologico e antropologico. Le ricerche archeologiche poi hanno evidenziato l’esistenza di macine per la molitura dei cereali a mano, a trazione animale, a ruota idraulica orizzontale, sistema quest’ultimo noto fin dal I° secolo d.C., ma ampiamente utilizzato e diffuso dal IX-X sec d.C. in poi, determinando una rivoluzione tecnologica e culturale di notevoli proporzioni e importanza, che è rimasta valida fino alla metà del XX secolo praticamente immutata.

Il mulino di Mirto con accanto la pietra da macina-Foto Aiello 2009

Le ragioni della loro decadenza, sotto il profilo economico, sono state di vario ordine, ma due risultano essere le principali: la nascita dei mulini elettrificati, che permettono di lavorare una maggiore quantità di grano e la mancanza dell’acqua il cui corso è stato deviato per soddisfare le esigenze idriche dei siti abitati. Nell’antichità per molire i cereali si usava l’energia umana prodotta dal lavoro degli schiavi e delle donne.”…Figliola di Babilonia, non continuerai più a chiamarti Morbida e Delicata. Metti mano alle macine e macina la farina..”(Isaia 47,2),ma ben presto l’ingegno umano trovò il modo di utilizzare l’energia prodotta dall’acqua. La forza dell’acqua, appunto, imbrigliata in numerosi meccanismi,(le ruote idrauliche sono tra questi),sostituì la forza delle braccia umane per soppiantare il lavoro manuale. Plinio, nei suoi scritti testimonia, durante il tempo di Augusto(63 a.C.-14 d.C.),la costruzione in Italia di numerosi mulini ad acqua che sfruttavano ruscelli e corsi d’acqua, che si sarebbero poi diffusi in tutto l’Impero. Ma è in epoca medievale, come scrivono vari autori, a partire dal Bloch, che si svilupparono le condizioni per lo sfruttamento dell’energia idraulica per macinare i cereali. Osserva Jean Gimpel: ”La forza idraulica poteva offrire soltanto un interesse limitato in paesi dove la schiavitù forniva mano d’opera a buon mercato, per cui, una politica di meccanizzazione avrebbe avuto un effetto disastroso sulla mano d’opera libera e servile ”Al contrario, in un mutato clima sociale e politico come quello del medioevo, il declino e poi la scomparsa della schiavitù si accompagnano all’impiego su larga scala dell’energia idraulica. L’impianto di numerosi mulini idraulici in periodo medievale vedrà protagonisti gli ordini monastici, la nobiltà feudale, la classe dei mercanti. Dal punto di vista tecnologico la “follia costruttiva” medievale costituisce, per gli ingegneri del tempo,  sfida. La necessità di installare gli impianti nelle più svariate condizioni idrauliche, di migliorare i rendimenti e di meccanizzare nuovi tipi di lavorazioni li spinge ad adottare soluzioni tecniche ardite e originali che, complessivamente considerate, anno arretrare di parecchi secoli quel processo di sviluppo dell’industria europea solitamente e troppo affrettatamente collocato nel sec. XVIII. Del resto basti pensare che molti mulini funzionavano ancora nel XVIII secolo, in piena rivoluzione industriale e ammodernati esistevano ancora nel secolo XIX e alcuni sono ancora in piedi ai giorni nostri. Il passaggio dalle macine a pietra al mulino a rulli avvenne con l’invenzione della macchina a vapore, alimentata a carbone, e alla scoperta, soprattutto, dell’elettricità, tanto che oggi la stragrande maggioranza dei mulini è proprio a rulli. I mulini ad acqua, come dicevamo, erano posti a cascata lungo i corsi d’acqua; qui giungevano i contadini con i muli carichi di grano e dovevano attendere a volte lunghe ore per il loro turno di macina. Il mugnaio era colui che  presiedeva al rito di trasformazione del prezioso cereale in farina, regolando sia la quantità di grano da molire, sia della giusta pressione da dare alle macine per ottenere, in maniera empirica ma sapiente, la “giusta granulosità della farina che doveva essere né troppo fine, né troppo semulosa” L’acqua convogliata attraverso un canale in muratura, detto “saia”, accumulata e scaricata nella “botte di carico”, che poteva raggiungere anche dieci metri di altezza raggiungeva il locale inferiore dell’apparato detto “Guarraffo” dove veniva indirizzata a forte pressione da una canaletta detta “cannedda” sulle pale della ruota orizzontale a raggiera. Sotto la spinta dell’acqua, nel locale superiore dove alloggiava il vero e proprio apparato molitorio, attraverso un giuoco di ingranaggi, la macina soprana ruotante(rotore) su quella sottana fissa “statore”, triturava la granaglia che veniva dai sacchi riversata nella tramoggia(trimoia) e convogliata nel foro centrale

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                     Canale in muratura  detto SAIA. Foto Aiello,1972

della mola soprana. Il grano man mano che veniva molito dalle macine, opportunamente scalpellate con opportuni incavi disposti a spirale favorivano la fuoruscita della farina che veniva raccolta in un apposito accumulatore(cascia).

L’acqua che usciva dalla cavità dove era collocato il “Guarraffo”. Foto Aiello 1972
“Cannedda” da dove fuoriesce l’acqua indirizzata sulle palette. Archivio Aiello

Le macine di pietra pur avendo speciali requisiti di durezza, porosità ed omogeneità di struttura, richiedevano continui lavori di scalpellinamento,  da parte dei “pirriaturi”con apposite martelline, dei solchi che il troppo uso levigava.

                 Ruote di macina. Foto Aiello,1972

Ma torniamo al territorio della provincia di Palermo, con particolare riferimento alla zona di Partinico, e vediamo cosa scrive il Fazzello, che terminò la sua Storia di Sicilia nel 1554, <Il bosco di Partenico essendo al mio tempo tutto tagliato e svelto, vi si sono piantate assaissime  vigne, e vi si è fatto un castelletto chiamato Sala, dove è assai abbondanza d’acqua, e gran copia di cannamele.>Per cui secondo il Lo Grasso, nella sua opera Partenico,pag.102,tutto il territorio ,per oltre un secolo, sotto la reggenza degli Abbati Commendatari progredì veramente nel benessere materiale.

Non è però dello stesso parere lo storico inglese Denis Mack Smith che in “Storia della Sicilia medievale e moderna” dà un giudizio nettamente negativo sul governo degli spagnoli e dà un giudizio negativo anche dei siciliani, sia nobili, che ricchi proprietari e poveri contadini che divennero tutti bugiardi, egoisti e molti si diedero al brigantaggio e alle ruberie. E questo perché l’esosità delle tasse richieste dagli spagnoli indusse tutti quanti a cercare di salvaguardare in tutti i modi quel molto o poco che possedevano. Data l’inclemenza del tempo, che alternava piogge torrenziali,(che distruggevano spesso il raccolto),a periodi di siccità fortissima dovuta al soffiare del vento di scirocco che bruciava le terre della Sicilia, i rimedi usati furono peggiori, determinando un cambiamento dell’ecosistema. Addirittura, osserva sempre lo storico inglese, quando arrivava lo scirocco ,nelle strade di Palermo e sicuramente anche negli altri paesi, nell’aria c’era tanta sabbia da non permettere la visibilità da un lato all’altro delle strade. Si dice che i più danarosi si facevano costruire dei sotterranei antiscirocco, dove la temperatura rimaneva un po’ più mite.(L’attuale clima c’era quindi anche nel XVI e XVII secolo).La conseguenza di queste avversità atmosferiche portava i baroni e i ricchi proprietari a ricercare sempre nuove terre più fertili da sfruttare, facendo abbattere la ricca vegetazione arborea esistente, con la conseguenza di rendere sempre più aride le terre e contribuire a cambiare radicalmente il clima mite e temperato del Mediterraneo. Anche Rosario Villari- La formazione del mondo moderno-Laterza,pag.300-parla di profondi squilibri sociali nel mondo spagnolo dovuti al grande problema di una società che tendeva a spezzarsi in due, con tutta la ricchezza da una parte, nelle mani di pochi privilegiati, e dall’altra una sterminata miseria senza speranza, con la conseguenza che i nuclei di borghesia che non riuscivano ad inserirsi tra le file della nobiltà stentavano a sopravvivere in queste condizioni. Figuriamoci poi la grande massa di contadini, di artigiani e di nullafacenti e nullatenenti. La grande esosità delle tasse richieste alle province sottomesse, dovuta all’esaurirsi del flusso del fiume di argento americano, spinse questi territori verso una crisi economica, sociale e politica irreversibile. Nonostante questo sfacelo è comunque probabile, che tra una guerra e l’altra, una pestilenza e l’altra, la Sicilia poté godere di rari momenti di prosperità, soprattutto all’inizio del disboscamento con l’acquisizione all’agricoltura di nuove terre vergini.Così, anche il territorio della provincia di Palermo, impiantando nuove colture in maniera estensiva quali quella del frumento, si trovò nella condizione di dovere costruire una serie di mulini che dovevano servire non solo alle necessità del paese, ma anche a quelle dei paesi vicini. Nacquero così diversi mulini azionati dalla forza dell’acqua dei torrenti che ancora abbondavano nel territorio.

                   La “saitta” per portare in alto le acque del torrente.Foto Aiello,2009

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Visitando questi vecchi mulini, si è potuto notare che presentano la stessa morfologia  e cioè: un muro alto 4-5 metri all’origine che va gradatamente degradando fino ad arrivare alla struttura considerata, che presenta un dislivello da dove scende l’acqua che aziona la ruota posta alla base della struttura. La ruota idraulica essendo collegata direttamente, tramite un asse, agli ingranaggi della macina fa girare gli stessi. Altri elementi che servivano per la trasformazione del prodotto erano: il lavagrano e il cernitore”. Tutti gli elementi per la trasformazione all’origine erano in legno .Solo più tardi abbiamo qualche innovazione inerente ad alcuni elementi delle strutture per la trasformazione, quali per esempio la sostituzione dell’asse in legno della ruota idraulica con un asse in ferro. La testimonianza del Di Bartolomeo ci conferma la funzionalità, nell’ottocento, di questi mulini azionati dalle acque dei vari torrentelli del territorio. Abbiamo detto che la maggior parte dei mulini ad acqua, nel territorio della provincia di Palermo nasce nella prima metà del secolo XVII: abbiamo avuto la possibilità invece di trovare dei ruderi e delle testimonianze scritte che ci riportano indietro nel tempo. Del mulino di San Cataldo, infatti, abbiamo notizie della sua esistenza già nel 1182,in un diploma, dato a Velletri, dal pontefice Lucio III(1181-1185) :”Confirmamus omnes possessiones….Ecclesiam S.Cataldi Partinici cum molendinis”.(vedi Rocco Pirro,opera citata, pag 495).

                          I resti del mulino di San Cataldo.Foto Aiello,2009

Questi possedimenti furono confermati al monastero di San Giorgio di Gratteri.Di ben altra dimensione sono i ruderi del mulino Sardo. Vederlo dall’alto della stradella, ci fa comprendere quanto importante e imponente fosse questo mulino. Diciamo subito che sorge nel Piano Sardo e vi si arriva dalla circonvallazione ,che congiunge la S.S.113 alla 186,per mezzo di una stradella che fiancheggia Monte Cesarò. Nella carta dell’IGM porta il nome di Mulino Mirto-Sardo ed è alimentato da un torrentello che porta il nome di Rio Sardo e proviene, probabilmente, dalle sorgenti di Mirto. Attuale proprietaria è la famiglia Filingeri di Palermo.

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                  Il mulino Mirto-Sardo.Foto Aiello,2009

Ruota dentata orizzontale,dal mulino Mirto-SardoFoto Aiello,2009

Anche questo mulino è composto da diversi ambienti ormai tutti sventrati, ma che lasciano intravedere chiaramente la possanza di questo fabbricato. Tali ambienti sicuramente servivano per immagazzinarvi il grano e la farina. Ci permettiamo di proporre il riuso di alcune di tali strutture produttive preindustriali con la creazione di itinerari culturali che ripercorrano le “trazzere” o strade su un carretto siciliano e che comprenda anche torri,  bagli o masserie.

Non sono cose impossibili da realizzare, bisogna che ci sia una sinergia di forze quali quelle del Comune, della Provincia e della Regione e soprattutto degli imprenditori che vogliono far davvero agriturismo.

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Sulla costa di San Cataldo (Golfo di Castellammare-Terrasini), a destra (per chi guarda il mare) della foce del torrente Nocella si eleva un piccolo promontorio di forma quasi triangolare. Due lati di questo promontorio sono abbastanza scoscesi, mentre il lato che guarda il torrente ha un declivio molto più dolce che permette di salire agevolmente sulla sommità dove è possibile ancora vedere delle strutture murarie delle quali alcune sono di età medievale, altre di età più recenti. Queste strutture dovettero probabilmente servire pure durante la Seconda Guerra Mondiale come punto di avvistamento. Alle spalle del promontorio, verso l’entroterra, c’è un fossato, in parte ormai interrato, di origine medievale: vi sono state infatti rinvenute delle grosse pietre ricoperte di vetrina bianco-verdastro, il che fa supporre l’esistenza in età arabo-normanna di una fornace per la cottura del vasellame. È proprio in questo promontorio che intorno al VII sec. a. C. arrivarono alcuni coloni greci(dori) che ne fecero un vero e proprio scalo commerciale (collegato a Piano del Re) da cui attraverso il torrente Nocella potere risalire con le mercanzie verso l’entroterra.

Porto di San Cataldo negli anni ‘70(foto originale di T. Aiello)

Bisogna tenere presente che il letto del Nocella era in quei tempi molto più largo ed il mare doveva essere un paio di metri più in alto dell’attuale livello, per cui si veniva a formare un’ampia insenatura che permetteva un facile approdo alle navi che scaricavano i loro prodotti sul promontorio, dove sicuramente fu costruito un emporio, e caricavano quelli provenienti dai centri dell’entroterra. È presumibile che in età greca le importazioni riguardassero soprattutto vasellame di tipo corinzio prima e attico dopo, in quanto la produzione locale era molto scadente, mentre i prodotti dell’esportazione dovevano riguardare l’olio, il vino e animali da allevamento. In età romana il commercio doveva essere molto più complesso: tra gli articoli importati è da ricordare la ceramica arretina per i ricchi proprietari ( il popolo certamente usava un tipo di ceramica indigena acroma e non figurata come fanno presupporre le due fornaci ritrovate dal Gruppo Studi e Ricerche e di cui parleremo più avanti), un prodotto raffinatissimo poi, che è il garum(salsa di pesce) proveniente dai mercati della Spagna. Le anfore ritrovate nello specchio d’acqua antistante la spiaggia di San Cataldo ci testimoniano questo lucroso commercio. Reperti sottomarini

San Cataldo-Ciammarita

1-2 Anfore di età imperiale II-IV sec d.C.

3-4 Anfore vinarie italiche I-II sec. a.C.(forse

Si tratta di una fase intermedia di sviluppo tra il tipo greco-italico e la forma Dressel 1.

  I prodotti dell’esportazione dovevano essere il vino e l’olio come sempre, ma anche frumento e cereali vari. In età arabo-normanna sappiamo dal geografo Idrisi (1154) che il commercio marittimo era abbastanza sviluppato e riguardava i prodotti dell’artigianato e dell’agricoltura (cotone, leguminose, granoturco, ortaggi, canna da zucchero, canapa, ecc.) richiesti dai mercati di Tunisi, Sfax e Biserta. L’emporio di San Cataldo dovette continuare la sua funzione di scalo commerciale; ne sono testimonianza i due piatti ellenistici (III sec. a. C.), le due anfore vinarie italiche (I-II sec. a.C.), le due anfore di età imperiale (II-IV sec d.C.) e i vari frammenti ritrovati nel porto di San Cataldo. Abbiamo poi notizia che alcuni sommozzatori sono venuti in possesso di molte anfore in ottimo stato.                                                                                                          

Frammenti di ceramica a vernice nera del VI-V sec. a .C – Frammenti di ceramica di età romana (14 e 20) – fr.ti vitrei( 15-16) – moneta del 18° sec.(17)-frammenti di lame di selce(18-19)

                    Reperti fittili acromi                               Ceramica invetriata medievale    

Ma passiamo al punto più importante e cioè il ritrovamento da parte del Gruppo Studi e ricerche di Partinico( la Sovrintendenza fu informata e la Di Stefano sulla base dei dati e delle foto fornite dal Gruppo, scrisse un articolo su un estratto di Sicilia Archeologica) di due fornaci di età romano-imperiale alla foce del fiume Nocella, durante una delle solite perlustrazioni che il Gruppo effettuava nelle zone archeologiche del territorio di Partinico. La scoperta, fatta con i soci Mario Lai e Giulio Bosco, si è subito rivelata di notevole importanza perché si trattava della prima fornace individuata in tutto il Golfo di Castellammare. Bisogna dire che la spiaggia di San Cataldo, e in particolare la zona dove sbocca il Nocella( oggi il territorio è stato tutto stravolto da un assessorato della Regione, senza che la Sovrintendenza riuscisse a fermare i lavori per fare una campagna di scavi) si presta abbastanza bene al sorgere di un’attività di produzione di laterizi; infatti fino agli Cinquanta nella zona esistevano diverse fornaci per la fabbricazione di tegole e vasellame acromo di tipo domestico, proprio perché la presenza del fiume consentiva di trovare l’argilla necessaria lungo il letto e le sponde. Si può pertanto desumere che la zona di San Cataldo fin dai tempi più antichi sia stata sempre un centro di produzione di laterizi, abbiamo infatti la certezza della presenza di fornaci in età romana, in età medievale (a poca distanza dal Nocella infatti vi sono resti di fornaci utilizzate in età normanna e sveva, così come si rileva da diverse pietre ricoperte di smalto verde-ramina) e in età abbastanza recente (anni Cinquanta).

La bocca di una delle due fornaci.

Le fornaci di Nocella, perché in effetti si tratta di due fornaci, anche se una è del tutto crollata, sono state costruite lungo le sponde del fiume a un’altezza di circa 2 metri e 20 centimetri e sotto il livello del calpestio del terreno soprastante la sponda. La bocca della prima fornace è formata da mattoni crudi color giallo paglierino, che sono pure utilizzati all’interno per formare tre arcate di cui quella centrale alla base ha una luce di m.1,75 ed è sorretta da un pilastrino quadrato di cm. 40 di lato e cm. 90 di altezza.

Le due fornaci sulla sponda del fiume Nocella

All’interno di questa fornace sono stati rinvenuti due frammenti di tegole recanti l’iscrizione ONIASU, mentre lungo la sponda del fiume sono stati ritrovati altri 14 frammenti di tegole recanti sempre l’iscrizione ONIASU, nome che è stato rilevato non solo in alcuni tegoloni provenienti da Raccuglia, ma anche in un tegolone proveniente dalla contrada Scogli Fungia (Scopello, Trapani). Una variante è rappresentata da un frammento di tegolone che reca l’iscrizione “ONACOY”, variante riscontrata sempre a Raccuglia. Un tegolone ha poi l’iscrizione “PORTAS”, che come gli altri ritroviamo in due tegoloni di Raccuglia e con la variante “PORTO” in un bollo in planta pedis di terra sigillata scura sempre proveniente da Raccuglia a dimostrazione che Raccuglia non era soltanto una stazione di posta ma un centro abitato vero e proprio ed era quindi la Parthenicum dell’Itinerario di Antonino. Lo stesso nome poi lo ritroviamo in una antefissa ritrovata a Monte Jato (Vedi Sicilia Archeologica n°38, dicembre 1979- pag. 9). Un terzo nome in un frammento di tegolone è poco leggibile perché le lettere sono molto consumate; l’interpretazione più attendibile è per noi “KYODLON” (lo stesso nome lo ritroviamo sempre a Raccuglia). Sono stati poi rinvenuti diversi mattoni di cotto, un frammento appartenente a una bocca di anfora Dressel 1 tipo B (II sec. a. C. – 1° secolo d.C.) e il collo e la bocca di una piccola brocca in ceramica acroma e con ansa a nastro. Dall’esame dei reperti, che si trovano tutti presso l’Antiquarium Comunale di Partinico, si possono trarre alcune considerazioni:

In definitiva la scoperta di queste fornaci avvalora l’ipotesi che Parthenicum è un centro agricolo la cui campagna è fortemente sfruttata ed abitata e il suo sito è sicuramente Raccuglia che non deve assolutamente essere considerato solo una stazione di posta, ma anche una cittadina che è quella citata nell’Itinerario di Antonino. Se non fosse stato un grosso centro non si spiegherebbe la presenza di queste fornaci che forniscono non solo il centro di Parthenicum ma anche altri centri dando un certo impulso anche al commercio che poteva svilupparsi facilmente sul mare (ricordiamo le anfore ritrovate nel mare di San Cataldo e Ciammarita) con i paesi rivieraschi, ma anche verso l’interno per mezzo di quelle vie di comunicazione naturale rappresentate dal fiume Nocella e dal fiume Jato. Osserva la Soprintendente Carmela Angela Di Stefano( vedi “Scoperta di due antiche fornaci nel territorio di Partinico”, estratto dalla rivista Sicilia Archeologica, anno XV n°49-50,1982 pag.34) che il bollo Oniasu è attestato a Partinico da numerosi frammenti di tegole rinvenuti (sempre dal Gruppo Studi e Ricerche) a Villa Addotta e  in contrada Raccuglia, località nella quale è ormai provata l’esistenza di un insediamento sviluppatosi prevalentemente in età imperiale romana e dalle stesse zone  proviene anche un frammento di tegola con il bollo PORTAS che è stato pure rinvenuto a Monte Jato sulla tegola delle antefisse con testa femminile o con maschera di vecchio schiavo all’esterno dell’edificio scenico, in uno strato di riempimento che ha restituito materiali del III sec. a.C. (vedi H. P. Isler-Sicilia Archeologica 38 1978, pag.9 e Sic. Archeologica 46-47,1981, pag. 61). Dovremmo dunque supporre che ci troviamo in presenza di due fornaci attive già in età repubblicana e appartenenti a due fabbricanti che coprivano, con i loro prodotti, un’area piuttosto estesa e comunque sempre nella piana di Casellammare del Golfo

  • Le fornaci, come si può dedurre dal carattere delle lettere delle iscrizioni, sono di età romano-imperiale.
  • Le fornaci appartengono al proprietario “ONIASU” presso il quale lavorano anche altri ceramisti come “PORTAS” che doveva conoscere molto bene il suo mestiere, “ONACOY” e “KYODLON”.
  • L’attività delle fornaci dura per quasi tutta l’età imperiale.
  • Le fornaci di Nocella lavorano solo tegoloni e mattoni (la presenza di altri tipi di reperti ritrovati si può giustificare ritenendo che questi servissero al fabbisogno degli operai).
  • La produzione delle fornaci non serve solo alle necessità di Parthenicum, ma i tegoloni e i mattoni vengono esportati anche nei vicini centri di Scopello e di Monte Jato, come si può desumere dalla presenza in questi posti di tegole che recano il bollo di ONIASU e PORTAS.In definitiva la scoperta di queste fornaci avvalora l’ipotesi che Parthenicum è un centro agricolo la cui campagna è fortemente sfruttata ed abitata e il suo sito è sicuramente Raccuglia che non deve assolutamente essere considerato solo una stazione di posta, ma anche una cittadina che è quella citata nell’Itinerario di Antonino. Se non fosse stato un grosso centro non si spiegherebbe la presenza di queste fornaci che forniscono non solo il centro di Parthenicum ma anche altri centri dando un certo impulso anche al commercio che poteva svilupparsi facilmente sul mare (ricordiamo le anfore ritrovate nel mare di San Cataldo e Ciammarita) con i paesi rivieraschi, ma anche verso l’interno per mezzo di quelle vie di comunicazione naturale rappresentate dal fiume Nocella e dal fiume Jato. Osserva la Soprintendente Carmela Angela Di Stefano( vedi “Scoperta di due antiche fornaci nel territorio di Partinico”, estratto dalla rivista Sicilia Archeologica, anno XV n°49-50,1982 pag.34) che il bollo Oniasu è attestato a Partinico da numerosi frammenti di tegole rinvenuti (sempre dal Gruppo Studi e Ricerche) a Villa Addotta e  in contrada Raccuglia, località nella quale è ormai provata l’esistenza di un insediamento sviluppatosi prevalentemente in età imperiale romana e dalle stesse zone  proviene anche un frammento di tegola con il bollo PORTAS che è stato pure rinvenuto a Monte Jato sulla tegola delle antefisse con testa femminile o con maschera di vecchio schiavo all’esterno dell’edificio scenico, in uno strato di riempimento che ha restituito materiali del III sec. a.C. (vedi H. P. Isler-Sicilia Archeologica 38 1978, pag.9 e Sic. Archeologica 46-47,1981, pag. 61). Dovremmo dunque supporre che ci troviamo in presenza di due fornaci attive già in età repubblicana e appartenenti a due fabbricanti che coprivano, con i loro prodotti, un’area piuttosto estesa, ma comunque gravitante sempre intorno al territorio di Partinico. 

Grazie ad un appassionato ricercatore delle antichità della zona, Benedetto Giambona, abbiamo appreso che su Internet c’era una pubblicazione riguardante il recupero, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, di un tesoro di monete d’oro al largo della Baia di San Cataldo di Partinico. Nel 2008-2010, V. Drost e G. Gautier approfondiscono l’argomento, per cui oggi sappiamo che si tratta di un tesoro di monete d’oro che assommano a 174, 35 gold multiples e 139 aurei, coniate in ben 11 zecche e databili dal 276/277 al 308 dopo Cristo e si riferiscono al periodo in cui Massenzio è uno dei quattro imperatori della tetrarchia. Nel “resumè” dell’articolo leggiamo che la scoperta fu fatta al largo della costa della Sicilia alla fine degli anni ’50: “Le tresor de Partinico” costituisce “l’une des plus spectaculaires trouvalles de monnaies d’or des Bas-Empire. Cette nouvelle tentative de reconstitution rendue possible par la mise a notre disposition d’une documentation inédite, rassemble 174 exemplaires, dont 35 multiples d’or et 139 aurei, s’échelonnant de 276/277 a 308(dopo Cristo). La composition de l’ensemble monstre que la thésaurisation resulte a la fois dune ponction réguliere sur le numeraire en circolation mais aussì, et surtoit, de la perception de donativa successifs. L’apport du tresor est en particulier fondamental pour la connaissance du numeraire en or èmis au debut du régne de Maxence.>> Drost e Gautier ci dicono poi che nel settembre del 1961 fu tenuto a Roma un Congresso Internazionale di numismatica e G. Carson parlò del ritrovamento e che nel 1980 J. Lafaurie fece un tentativo di ricostruzione del tesoro, ma già nel 1977 Bastienne e Metzger avevano pubblicato un libro ”Le tresor de Beaurais,Wettern,1977,a Partinico” in cui si legge “Partinico est une petit agglomeration situè au nord.ouest del la Sicile, distante d’une trentaine de kilometres de Palerme…….La decuverte du tresor aurait eu lieu dans une epave situèe non loin de la cote, au large de Partinico. La provenance maritime du trèsor (ritenuta tale dal Carson sin dai suoi primi studi, essendo le monete) partiellement recouvertes de concrètion dènotant un sèjour prolongè dans l’eau de mer”. Tutte queste testimonianze di studiosi avvalora la certezza che le monete furono ritrovate nel 1958 al largo della Baia di San Cataldo. Drost e Gautier poi si dilungano con l’analisi delle 174 monete e allegano alla fine le foto di tutte le monete che troverete alla fine nella sezione delle foto.

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Alla ricerca del passato: Introduzione

Alla ricerca del passato: Partinico e la sua storia.

Di Tommaso Aiello

 

INTRODUZIONE

Prima di iniziare a parlare della storia di Partinico, mi piace dare una panoramica di questa cittadina inserita in un territorio tra i più fertili e i più notevoli dei comuni della Sicilia occidentale. Tale territorio ha una sua inconfondibile individualità, delimitato com’è da una catena di monti a semicerchio. Questi monti sono dei rilievi calcarei mesozoici che emergono da una coltre cenozoica del Paleogene, rappresentata per lo più da marne, argille ed arenarie. Una breve pianura di origine alluvionale conduce questi monti verso il mare e fa parte del più vasto sistema del Golfo di Castellammare. Partinico, per la sua posizione(38°03’00 di latitudine Nord e 13°07’00 di longitudine Est) e per la sua vicinanza col mare(circa 5 km.), gode di un clima spiccatamente mediterraneo. Durante l’estate è influenzata dalle masse d’aria anticiclonica di provenienza sahariana, per cui il suo clima è caldo e asciutto, anche se in questi ultimi anni è attenuato dalla presenza delle acque del bacino Poma che portano molta umidità, specialmente la sera. Le precipitazioni molto scarse in estate, si concentrano nel periodo autunnale e invernale(da novembre a marzo), sollecitate come sono dai venti ciclonici occidentali, e raggiungono circa 1 metro. Ne risulta un’idrografia estremamente torrentizia, che riveste quindi una scarsa importanza economica. Il corso d’acqua più importante è il fiume Jato che ha una lunghezza di circa 25 km., una larghezza massima di m.15 e una portata massima di circa 200 litri. Nasce dalle sorgenti della Cannavera, tra M.Signora e Pizzo Aiello che fanno parte del sistema montuoso a nord di San Giuseppe Jato e sono la continuazione di M.Gradara, M.Platti e M.Mirto. In contrada Cammuca-Fellamonica riceve le acque del torrente Balletto che scorre lungo il vallone Desisa, attraversa la contrada Giancaldara e subito dopo alimenta il bacino artificiale Poma. Con un percorso molto tortuoso bagna poi le contrade Cannizzaro, Cicala, Bellaciera e Pantalina dove accoglie le acque del Ciurro Murro e infine va a sboccare sul litorale tra Trappeto e Balestrate. L’altro fiume di rilevante importanza è il fiume Nocella(10 km.circa) che nasce dalle montagne di Sagana e attraversa le contrade Marcianò, Terranova, Bracco, Cozzo di Cardone e sbocca bell’insenatura del mare di San Cataldo. Questi due fiumi, certamente navigabili prima del completo disboscamento della piana avvenuto nel XVI secolo. Delimitano il territorio di Partinico a Nord-Est e Sud-Ovest ed hanno contribuito non solo allo sviluppo economico del paese, ma hanno avuto un’importanza fondamentale dal punto di vista storico perché hanno permesso la penetrazione verso l’entroterra sin dall’VIII-VII sec.a.C.dei colonizzatori dorici. Altri torrenti di minore entità attraversano poi la pianura e in passato assieme ai due maggiori alimentarono i vari mulini che sorgevano nel nostro territorio(Mirto, Tauro, Piano del Re e i tre di Via Mulini).Malgrado viviamo nel XXI secolo, e nonostante la costruzione della Diga Jato(1963-1969) che ha permesso in passato con i sui 65 milioni di metri cubi di acqua di irrigare tutta la Piana di Partinico(per come aveva voluto e previsto Danilo Dolci) l’utilizzazione del suolo è ancora prevalentemente estensiva e le rese produttive non sono molto alte. L’economia agraria è caratterizzata dal predominio delle colture erbacee e dall’enorme diffusione di quelle legnose. Molto modesta è invece l’estensione delle colture foraggere permanenti e del tutto insignificante quella del bosco. Comunque le tre colture fondamentali del nostro territorio sono la vite, l’ulivo e il grano. Su un piano inferiore abbiamo poi la produzione degli agrumi e la nascita delle serre, in quanto l’acqua del bacino Poma, su cui sperava tutto il territorio, da diversi anni non viene più erogata regolarmente per diversi motivi: la diminuzione delle acque piovane, la fatiscenza delle condutture e la rapacità di Palermo che per bere attinge smodatamente. L’incertezza della disponibilità di acqua non favorisce certamente il nascere di nuovi impianti colturali. Dopo la chiusura delle due fabbriche di pomodoro la sua coltura è diminuita notevolmente. La costruzione della Diga Jato sul bacino Poma lasciava sperare in una radicale trasformazione dell’agricoltura, anche perché il paese ha avuto sempre questa vocazione che è l’unica strada da seguire assieme al turismo. Tutto ciò è però fallito miseramente per i motivi di cui tutti siete a conoscenza. C’è da dire inoltre che  la struttura agraria e sociale del nostro paese nel passato è stata caratterizzata dalla persistenza della grande proprietà(ricordiamo a titolo di curiosità alcuni dei più grossi feudatari dei secoli scorsi: Il principe di Cutò, il Marchese di Villabianca, il Barone Pietro di Miceli, il Marchese Pietro Bellaroto, Francesco Simone Tarallo duca della Miraglia e della Ferla, Francesco Oneto duca di Sperlinga, il barone del Grano, il barone Andrea Gallo, Giovan Michele De Francisci barone della Leggia, Vincenzo del Castillo marchese della Gran Montagna, Geronimo Seregnano, Salvatore Mottola, Paolino Gesugrande, Niccolò Eleofante, ma ormai essa  non ha più le dimensioni né i caratteri di latifondo. La realtà è che oggi la maggioranza del territorio è diviso in piccolissime e piccole aziende(sotto i 5 ha.) che per la maggior parte hanno una conduzione diretta. Bisogna dire però che i coltivatori in proprio costituiscono una classe privilegiata di contadini, sono i cosiddeti “burgisi”, che ricordano l’antica “burgisia” siciliana dei primi secoli del feudalesimo. A questa dovrebbe contrapporsi la classe dei “viddani” , braccianti salariati fissi o giornalieri, che si collocano all’ultimo gradino della struttura sociale agricola e a Partinico questi hanno avuto sempre un peso alquanto marginale, perché in effetti i “viddani di Partinico sono anche dei piccoli o piccolissimi proprietari che nel loro tempo libero per incrementare le entrate prestano la loro opera al servizio dei proprietari più grossi o dei proprietari che non coltivano direttamente la terra. Un altro aspetto negativo è che non esistono cooperative agricole. Se cooperazione c’è stata in passato, è da individuare in un solo settore, quello vinicolo, perché ha permesso di mascherare in parte la sofisticazione. Certamente legata al problema dell’agricoltura è stata infatti la sofisticazione del vino che ha avuto il suo “boom” negli anni settanta ed è nostro dovere evidenziare i danni arrecati all’agricoltura. Negli anni del suo maggiore incremento, si è verificato un progressivo abbandono della terra con danni incalcolabili per l’agricoltura, per cui questa ancora stenta a decollare malgrado la presenza del bacino idrografico che doveva costituire la ricchezza per tutta la zona secondo la visione lungimirante del sociologo Danilo Dolci che però non poteva prevedere l’incapacità e la non volontà non solo dei nostri amministratori locali e regionali, ma degli stessi cittadini. Altri aspetti negativi che sono sorti di riflesso vanno individuati in una incontrollata(volutamente) espansione edilizia, il rincaro generale dei prezzi, la costituzione di una classe sociale boriosa ed arrogante. Oggi la sofisticazione non esiste più ed ha preso il suo posto LA DROGA. Partinico è un grosso centro di produzione e di spaccio di questa sostanza devastante. Da anni ormai ci troviamo di fronte ad un aumento della disoccupazione che ha investito il terziario, soprattutto quello commerciale ed è sotto gli occhi di tutti la chiusura di tanti, tantissimi punti vendita. Il commercio si è spostato nelle mani delle grandi lobbies italiane e straniere e ai partinicesi non resta che procurarsi un posto da commesso per poche centinaia di euro. Prospettive future? Ci sono dei poli di sviluppo già individuati dalle forze culturali, sociali e politiche, ma il meccanismo è lento a mettersi in moto sia per incapacità che per espressa volontà. L’agriturismo legato al recupero e la valorizzazione dei beni monumentali del territorio e la costruzione di opere pubbliche di vasto respiro, nonchè l’incremento del turismo culturale e religioso dovrebbero essere momenti qualificanti per la crescita di Partinico. Ma com’è la nostra gente? Da un punto di vista somatico è possibile vedere tutte le scale dalle alte stature bionde normanne ad alcuni esempi più tipicamente indigeni. In generale però si può parlare di una statura media tipica siciliana, schiettamente mediterranea, caratterizzata dal colorito bruno, dagli occhi luminosi, dalle capigliature scure, fini, folte. Chiaramente i tratti fisici non possono disegnare un ritratto dell’uomo partinicese o della donna partinicese, che li distingua dalla gente di altri paesi, anche perché in questi ultimi anni il processo di livellamento dovuto agli scambi tra paesi e paesi e non ultimo anche dal fatto che ormai vivono a Partinico centinaia di immigrati che si sono inseriti nella nostra comunità è divenuto più costante, tanto da far perdere in parte la nostra identità primigenia. Tuttavia è possibile ancora cogliere alcuni aspetti di ordine psicologico e intimistico che caratterizzano la nostra gente, e primo fra tutti un’espressione solidale, un’aria di famiglia che ci accomuna tutti quanti. Il senso dell’unità familiare poi è ancora di tipo patriarcale, anche se le nuove generazioni cominciano a rifiutare questa impostazione. Osserviamo ancora come il carattere dei partinicesi non è né lieto né loquace, tuttavia la nostra gente ha un animo complesso e profondo in cui albergano fieri sentimenti, fermi e decisi più di ogni legge sociale, un senso di fatalità e di triste comprensione del cammino del mondo, un pessimismo per la gente e le cose, un disincanto per il mondo che dà una profonda tristezza;  ma il partinicese  ha anche una capacità di astrazione, di visione generale delle cose, di intuizione  di valori universali. Purtroppo questi caratteri distintivi così personali si vanno perdendo tra i giovani inseriti come sono in un contesto sociale diverso con problemi da affrontare e da risolvere spesso gravissimi: droga, mafia, violenza, corruzione, disoccupazione, arroganza politica e questo li rende tutti uguali, uguali anche ai giovani di altri paesi e di altre regioni. Assistiamo pertanto a un processo di massificazione la cui portata positiva o negativa non è dato ancora vedere.

 

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Castelli di Sicilia: Castello Reale di Palermo e Castello Ursino di Catania.

Castelli di Sicilia: Castello Reale di Palermo e Castello Ursino di Catania.

 

Tra le tante eccellenze che ci sono nella nostra bella isola, forse non tutti sanno che esistono tantissimi castelli che oltre ad avere un valore storico hanno anche un valore architettonico di grande rilievo. Cercheremo allora di presentarvene alcuni tra i più importanti e che meritano di essere visitati. Premesso che gli eventi ed i personaggi sono ben noti nel grande libro della storia siciliana, nella scelta di questi castelli da presentare mi sono limitato a quelli dei quali c’è una ricca documentazione, per cui se qualche lettore avesse voglia di approfondimenti avrebbe la possibilità di trovare un’ampia letteratura riguardante i miti e le leggende che li circondano anche perché questi castelli sono testimonianza di una certa epoca di cui furono al centro sempre con una propria vita, a volte piena di poesia o più spesso torbida ed inquieta, impetuosa e spietata, ma pur sempre calda ed umana. E cominciamo da Palermo con il Castello Reale.

Castello Reale di Palermo

Al centro dei destini della Sicilia esso fu un tempo il faro della civiltà europea. Edificato dagli Emiri e chiamato in arabo El-Kassar o Alcasar, fu dimora fastosa dei saraceni e dopo Continua a leggere

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La Sicilia al tempo di Ruggiero II nella descrizione di Edrisi di Tommaso Aiello

Che la Sicilia abbia una storia millenaria. lo sanno tutti. Ma che al tempo di Re Ruggiero era al centro del mondo per la sua potenza, per la sua bellezza, per la sua ricchezza, forse è martorana_rogeriinoto a pochi, soprattutto in questo periodo in cui è precipitata in una crisi irreversibile che investe tutti i campi: edilizia, commercio, agricoltura, turismo, sport, presenza di montagne di rifiuti e potremmo continuare ancora senza tema di essere smentiti. Continua a leggere

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Quale percorso il Lionismo italiano deve seguire per giungere finalmente a quella compiutezza cui tendiamo? di Tommaso Aiello

Sorgente: Quale percorso il Lionismo italiano deve seguire per giungere finalmente a quella compiutezza cui tendiamo? di Tommaso Aiello

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